La vite vera

Dagli Atti degli Apostoli 9,26-31
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo.
Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso.
La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.

Dal Vangelo secondo Giovanni 15,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Nel vangelo di Giovanni, in diverse parti, Gesù si rivela ai suoi discepoli usando un’immagine. Domenica scorsa ci ha detto: “Io sono il buon pastore”; oggi si rivela a noi definendosi la “vite vera”: “Io sono la vite vera, il Padre mio è l’agricoltore … voi i tralci“.
Questo testo molto famoso si colloca tra i discorsi di addio che Gesù pronuncia nell’ultima cena, tra il gesto della lavanda dei piedi (cap. 13) e la preghiera che Gesù rivolge al Padre (cap. 17); spesso nella lettura del testo si salta un passaggio importante: il Padre mio è l’agricoltore…
Se è vero che è molto importante la relazione tra Gesù e i suoi discepoli, condizione essenziale per portare frutto, è molto importante quello che Gesù ci dice di sé, nel momento in cui si sta consegnando e sta offrendo la sua vita. E’ il Padre l’agricoltore che cura la vita e le consente di portare frutto. Gesù non è una vite selvatica lasciata crescere spontaneamente, ma è una vite curata e potata che porta frutto a suo tempo. E’ proprio questa primaria relazione tra Gesù – la vite vera – e il Padre, che consente alla vite di crescere e portare frutto fin nelle sue ramificazioni più estreme.
Gesù che si consegna nella Pasqua, è pienamente consapevole della cura del Padre che custodisce la sua vigna, che non la consegna ai razziatori.

Insieme a Gesù anche noi dobbiamo confidare in questa azione del Padre che, anche quando ci pota, ha solo la preoccupazione che la nostra vita, radicata in Cristo, possa essere fruttuosa.

Una buona notizia: Non siamo condannati all’irrilevanza se rimaniamo radicati in Cristo.

Per pregare: dal Salmo 21
Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
I poveri mangeranno e saranno saziati,
loderanno il Signore quanti lo cercano;
il vostro cuore viva per sempre!

Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra;
davanti a te si prostreranno
tutte le famiglie dei popoli.

A lui solo si prostreranno
quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere.

Ma io vivrò per lui,
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunceranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
«Ecco l’opera del Signore!».

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