Il volto di Dio

Dal libro della Gènesi 22 passim
In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.
L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce»

Dal Vangelo secondo Marco 9,2-10
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Mi ha colpito molto questa immagine del mistero della Trasfigurazione che oggi celebriamo. Mi ha colpito perché mette in evidenza due dimensioni coesistenti della rivelazione della Gloria di Dio: lo splendore luminoso del Figlio di Dio e lo smarrimento assoluto dei discepoli, reso dall’icona in forma particolarmente drammatica.
In effetti è proprio così! La Bibbia afferma che nessuno può vedere Dio e rimanere vivo. La visione del suo volto non è qualcosa che l’uomo possa “sopportare” allegramente e senza rimanerne colpito. Il vangelo di Marco parla di spavento, ma anche di confusione nel comprendere cosa stia accadendo: Pietro parla, ma non sapeva cosa stesse dicendo: non è un’esperienza esaltante ed euforica quella che i discepoli vivono, così come non è euforica la prova di Abramo e di Isacco suo figlio.

Se da una parte la rivelazione del volto glorioso di Dio, la sua manifestazione divina (per Abramo avviene attraverso la mediazione dell’angelo), ci rassicura nel nostro riferimento a Lui, rischiara i nostri dubbi riguardo all’affidabilità di Colui che abbiamo liberamente scelto di seguire, dall’altro ci mette a contatto con la nostra pochezza in modo scandaloso. Ma è proprio qui che Dio agisce, come risulta più evidente nella storia di Abramo. Il racconto è molto complesso e può (deve) essere letto a diversi livelli, compreso quello mistico, come ha fatto la tradizione cristiana, ma, dopo lo shock delle richiesta di Dio a cui Abramo obbedisce in silenzio assoluto, Dio si rivela come colui che provvede alla vittima, mettendola a disposizione di Abramo per compiere quel sacrificio. Dio poi mette il sigillo sull’antica promessa rivolta ad Abramo già al momento della sua partenza da Carran: sarà benedetto e lo sarà la sua numerosa discendenza.
Anche il dialogo sulla risurrezione tra Gesù e i tre discepoli ammessi all’esperienza del Tabor, rappresenta una promessa incomprensibile al momento, ma che diventerà profezia al momento opportuno.

Occorre fare i conti con questo scarto che noi vorremmo evitare. Quando Dio si manifesta in tutta la sua gloria, non avvertiamo la nostra estrema povertà compensata solo dall’evidente amore di Dio per noi. Questa duplice esperienza fa parte del percorso quaresimale, che è contemplazione della Gloria di Dio, consapevolezza della nostra povertà e debolezza, riappropriazione della benevolenza di Dio che si manifesta per noi, nonostante la nostra condizione di fragilità.

Una buona notizia: Il Signore ci rivela la sua Gloria e ci rende consapevoli della nostra pochezza, per farci riconoscere il valoore del dono della vita nuova a cui siamo chiamati nella Pasqua.

Per pregare: dal Salmo 115
Ho creduto anche quando dicevo:
«Sono troppo infelice».
Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.

Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.

Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo,
negli atri della casa del Signore,
in mezzo a te, Gerusalemme.

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