Il frutto della fede

Dal libro del profeta Isaìa 23,19-23
Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo:
«Ti toglierò la carica,
ti rovescerò dal tuo posto.
In quel giorno avverrà
che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa;
lo rivestirò con la tua tunica,
lo cingerò della tua cintura
e metterò il tuo potere nelle sue mani.
Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme
e per il casato di Giuda.
Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide:
se egli apre, nessuno chiuderà;
se egli chiude, nessuno potrà aprire.
Lo conficcherò come un piolo in luogo solido
e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».

Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-20
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Quando leggo questo testo del Vangelo non posso non collegarlo alla GMG del 2000. Sulla grande spianata di Tor Vergata papa Giovanni Paolo II commentò questo testo introducendoci in quello che lui chiamò il laboratorio della fede. In questo testo, secondo papa Giovanni Paolo II, Gesù introduce i discepoli e Pietro in particolare nell’esperienza della fede mostrando loro come si arriva a credere.

Il credere è prima di tutto un dono di grazia: ne’ la carne ne’ il sangue lo rivelano. C’è un’azione di Dio che opera in noi che ci conduce all’esperienza che ci consente di arrivare a credere. Riconoscere che Dio è buono, che Dio è per me, che lui ha cura di me, che mi introduce nella sua stessa vita, … fare l’esperienza di tutto questo è il dono che mi consente di vivere nella fede.

La fede, però, rimane anche un atto totalmente umano. Quell’esperienza che Dio mi concede di fare per grazia, non mi costringe alla fede, ma mi lascia libero. Ecco allora l’importanze di prendere posizione, di schierarsi, di affermare e riconoscere chi sia Gesù per me.

La professione della fede in Gesù non rimane periferica alla mia vita, ma mi cambia intimamente. Il cambio del nome di Simone in Pietro è il segno della sua trasformazione proprio a partire dalla sua adesione nella fede.

La fede ci colloca anche in una responsabilità sul mondo. Il potere di legare e sciogliere è dato a Pietro, ma come si afferma in Mt 18,18, è dato anche a tutti i discepoli ed è il frutto più bello della nostra fede, quello che ci consente di aprire strade per liberare il mondo dalle conseguenze del peccato. Se io ripongo in Gesù la mia fiducia, questo mi consente di vivere in una libertà che mi porta a desiderare di rendere tutti partecipi di tale liberazione. Se noi, attraverso il perdono fraterno (diverso, ma non meno importante del perdono sacramentale) riusciamo a lliberare altre persone dalle colpe che hanno commesso nei nostri confronti, noi possiamo condividere la stessa esperienza di libertà che sperimentiamo in virtù della fede. Per questo potremmo affermare che il “potere” di liberare è il frutto della nostra fede. Allo stesso modo, se rinunciamo a questa possibilità, non abbiamo il “potere” di relegare le persone nella loro colpa; ma non è ciò che il Signore desidera da noi.

Una buona notizia: la fede è un dono che sollecita la nostra libertà. Se aderiamo nella fede al Signore Gesù sperimentiamo una grande lbertà di vita che si può diffondere anche su altri.

Per pregare: dal Salmo 137
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.

Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

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