Il Messia glorificato e crocifisso

DomenicaDellePalme

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 2,6-11
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo 27,11-54
In quel tempo Gesù comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.
Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».
Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Per noi la realtà è semplice: bianco o nero, caldo o freddo. Non ci piacciono molto le vie di mezzo, i toni di grigio, le realtà ibride… Ci piace aver chiaro cosa abbiamo di fronte.
Per questo motivo, questa celebrazione che si chiama Domenica delle Palme e della Passione del Signore, per noi stona e la semplifichiamo, considerando solo l’elemento delle Palme.

La celebrazione di oggi, che costituisce come un grande ingresso nella settimana santa, settimana di passione, morte e risurrezione del Signore, ci tiene invece in tensione tra questi due elementi: Gesù di Nazaret, il Messia (Cristo), è glorificato attraverso la sua passione morte e risurrezione.

Le folle di Gerusalemme che lo acclamano Messia e figlio di Davide, dicono una grande verità, ma non sono in grado di riconoscere quale sarà la via attraverso cui il Messia inviato da Dio compirà la sua missione.

Noi che siamo discepoli di Gesù e abbiamo già ricevuto tutto intero l’annuncio della Pasqua, sappiamo che il mistero di Cristo non è semplificabile secondo la misura dell’uomo, che sempre eccede – come oggi si ama dire – rispetto ai nostri schemi.

In questa celebrazione, come ci ricorda il bellissimo testo della lettera ai Filippesi (che sarà la seconda lettura nella celebrazione della Messa di oggi), noi siamo davanti a quell’uomo umiliato e schiacciato, ma lo riconosciamo come il Figlio di Dio che, per amore ha donato la sua vita. Per questo Dio lo ha innalzato e glorificato e costituito Messia e Salvatore (Cfr At 2).

Non possiamo sfuggire da questa tensione, non possiamo semplificare. Dobbiamo esultare con le folle di Gerusalemme riconoscendo in Gesù il Messia inviato da Dio, ma dobbiamo anche stare accanto a Gesù che offre la sua vita e che ci salva attraverso quella croce, per i Romani e i Giudei simbolo infamante, ma per noi strumento di salvezza.

Ci sono due proclamazioni che chiudono ambedue le letture di oggi: la proclamazione di Paolo che in Filippesi invita ogni lingua a proclamare: «Gesù Cristo è Signore!» e la professione di fede del centurione che, insieme agli altri che facevano la guardia, di fronte alla morte di Gesù, presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Se noi, come quei soldati e come Paolo – grande contemplativo del mistero della Croce di Cristo – stando davanti alla Croce siamo capaci di proclamare che Gesù, il crocifisso, è il Signore e il Messia, che quell’uomo appeso e umiliato è il Figlio di Dio, allora siamo pronti per celebrare la Pasqua.

Una buona notizia: la manifestazione della gloria di Cristo e la sua esaltazione non sono altra cosa dalla sua passione e morte. E’ proprio nell’offerta che Cristo fa di sé stesso che Dio lo glorifica e lo rende vittorioso sulla morte. Ciò che apre la via alla glorificazione di Gesù Cristo e la possibilità di riconoscere in lui il Figlio di Dio è la testimonianza del suo amore che ha sulla croce la sua massima manifestazione.

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