Incredulità e stoltezza

08-07-2018-1389-gesu-predica-nella-sinagoga-sinagoga-di-nazareth-israele

Dal secondo libro di Samuèle 24,2.9-17
In quei giorni, il re Davide disse a Ioab, capo dell’esercito a lui affidato: «Percorri tutte le tribù d’Israele, da Dan fino a Bersabea, e fate il censimento del popolo, perché io conosca il numero della popolazione».
Ioab consegnò al re il totale del censimento del popolo: c’erano in Israele ottocentomila uomini abili in grado di maneggiare la spada; in Giuda cinquecentomila.
Ma dopo che ebbe contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso ed egli disse al Signore: «Ho peccato molto per quanto ho fatto; ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza».
Al mattino, quando Davide si alzò, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Gad, veggente di Davide: «Va’ a riferire a Davide: Così dice il Signore: “Io ti propongo tre cose: scegline una e quella ti farò”». Gad venne dunque a Davide, gli riferì questo e disse: «Vuoi che vengano sette anni di carestia nella tua terra o tre mesi di fuga davanti al nemico che ti insegue o tre giorni di peste nella tua terra? Ora rifletti e vedi che cosa io debba riferire a chi mi ha mandato». Davide rispose a Gad: «Sono in grande angustia! Ebbene, cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!».
Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per devastarla, il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: «Ora basta! Ritira la mano!». L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Araunà, il Gebuseo. Davide, vedendo l’angelo che colpiva il popolo, disse al Signore: «Io ho peccato, io ho agito male; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!».

Dal Vangelo secondo Marco 6,1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

A noi non sembra particolarmente grave quello che Davide ha compiuto con il desiderio di censire le sue forze militari. Chi di noi non tiene d’occhio le sue disponibilità? Chi di noi non fa i conti con le sue reali possibilità? Eppure Davide, aiutato dal profeta Gad, riconosce di avere agito da stolto, con una stoltezza imperdonabile.
Il principio della fede per Davide non sta nell’adesione a delle idee astratte su Dio, ma sulla totale confidenza in lui, quella che aveva quando ha affrontato il filisteo, quella che aveva quando ha lasciato che Dio disponesse i tempi della successione a Saul.
Con il censimento Davide dimostra concretamente di contare più sulla forza del suo esercito che nell’aiuto del Signore. Questa stoltezza per il re è imperdonabile e chiede di essere purificata attraverso un’esperienza di totale debolezza, quella che si sperimenta in un dei grandi flagelli che colpivano l’antichità: la fame, la guerra, la peste; tre flagelli da cui solo Dio poteva liberare. Davide sceglie di affidarsi totalmente a Dio in quella situazione in cui l’uomo non può davvero fare altro che confidare nella sua misericordia.

L’incredulità dei Nazareni meraviglia Gesù; è una incredulità fuori dall’ordinario perché in Gesù, invece che un aiuto per accogliere il Vangelo del regno, vedono un motivo di scandalo. L’incredulità è il limite che noi poniamo a Dio; è così grande che neppure Dio può superarlo per venirci in aiuto. E’ l’atteggiamento di chi, per sfiducia, si rifiuta di afferrare la mano che si tende per trarlo in salvo.

Una buona notizia: La misericordia di Dio prevale sul nostro peccato. Anche se ci comportiamo da stolti, il Signore non ci abbandona alle conseguenze estreme della nostra stoltezza, ma sempre ci viene in aiuto. Ci domanda solo di credere in lui.

CHIARA lUCE

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