La morte dei patriarchi

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Dal libro della Gènesi
In quei giorni, Giacobbe diede quest’ordine ai suoi figli: «Io sto per essere riunito ai miei antenati: seppellitemi presso i miei padri nella caverna che è nel campo di Efron l’Ittita, nella caverna che si trova nel campo di Macpela di fronte a Mamre, nella terra di Canaan, quella che Abramo acquistò con il campo di Efron l’Ittita come proprietà sepolcrale. Là seppellirono Abramo e Sara sua moglie, là seppellirono Isacco e Rebecca sua moglie e là seppellii Lia. La proprietà del campo e della caverna che si trova in esso è stata acquistata dagli Ittiti». Quando Giacobbe ebbe finito di dare questo ordine ai figli, ritrasse i piedi nel letto e spirò, e fu riunito ai suoi antenati.
Ma i fratelli di Giuseppe cominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: «Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli abbiamo fatto?». Allora mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre prima di morire ha dato quest’ordine: “Direte a Giuseppe: Perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male!”. Perdona dunque il delitto dei servi del Dio di tuo padre!». Giuseppe pianse quando gli si parlò così.
E i suoi fratelli andarono e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: «Eccoci tuoi schiavi!». Ma Giuseppe disse loro: «Non temete. Tengo io forse il posto di Dio? Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso. Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini». Così li consolò parlando al loro cuore.
Giuseppe con la famiglia di suo padre abitò in Egitto; egli visse centodieci anni. Così Giuseppe vide i figli di Èfraim fino alla terza generazione e anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle ginocchia di Giuseppe. Poi Giuseppe disse ai fratelli: «Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questa terra, verso la terra che egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe». Giuseppe fece giurare ai figli d’Israele così: «Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa».
Giuseppe morì all’età di centodieci anni.

In rapida successione il testo ci presenta la morte di Giacobbe e di Giuseppe. Non possiamo evitare di leggerle in parallelo, pur considerando che mancano parti importanti del testo (per esempio la lunga benedizione che Giacobbe dà ai suoi dodici figli).

Il primo elemento in comune è che per entrambi si tratta di una morte beata e serena. Due uomini ricchi di anni, con una discendenza numerosa, accolgono il passaggio alla morte come un’esperienza di ricongiungimento agli antenati. La morte non spezza i legami importanti, soprattutto il legame con chi ti ha generato; anzi, proprio grazie alla morte, ci è data questa possibilità di ricongiungimento.

Il secondo elemento è il ricordo della terra promessa dove, ambedue, sperano di poter essere sepolti quando “l’esilio” in Egitto finirà. Il legame con la terra promessa ad Abramo e ai suoi figli, anche solo come luogo di sepoltura, è già un legame inscindibile.

Tra le due morti c’è questa bellissima esperienza di riconciliazione che Giuseppe realizza con i suoi fratelli, ancora preoccupati per l’eventuale vendetta che avrebbe potuto pretendere a causa del male subito e del potere di cui godeva. Giuseppe propone una professione di fede semplice, ma fondamentale: lui, pur essendo divenuto un uomo potente, non tiene il posto di Dio a cui solo spetta decidere delle sorti dell’uomo. Straordinaria e di grande libertà interiore è l’affermazione in cui riconosce che Dio è capace di trasformare in bene per tutti il male compiuto e tramato verso uno solo, a patto che colui che ha subito il male non perseveri nella medesima logica di male.

Echeggiano le bellissime parole che san Paolo scrive ai Romani: Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene. (Rom 12,21)

Dal Salmo 105
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,
proclamate fra i popoli le sue opere.
A lui cantate, a lui inneggiate,
meditate tutte le sue meraviglie.
Gloriatevi del suo santo nome:
gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza,
ricercate sempre il suo volto.
Voi, stirpe di Abramo, suo servo,
figli di Giacobbe, suo eletto.
È lui il Signore, nostro Dio:
su tutta la terra i suoi giudizi.
Preghiamo
O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
donaci una rinnovata gioia pasquale,
perché, liberi dall’oppressione della colpa,
partecipiamo alla felicità eterna.

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