Ridere o piangere?

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Dal Vangelo secondo Matteo (11,16-19)
In quel tempo, Gesù disse alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

A volte, in alcune circostanze, ci sentiamo di dire: non so se ridere o piangere. Sono spesso situazioni ambivalenti, che ci scuotono profondamente. Spesso diciamo così perché, semplicemente, avremmo qualcosa da dire, ma preferiamo astenerci da un commento che potrebbe ferire…
Ma di fronte a Gesù possiamo rimanere in questo stallo?

E’ inevitabile che quanto Gesù dice e compie con metta in difficoltà. Egli è venuto per chiamarci a conversione, per farci conoscere Dio e il suo modo di vedere il mondo. Ritorna per noi in questo avvento la parola di Isaia (Cfr. cap. 55): I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie… ma non possiamo rimanere in stallo, in posizione difensiva; occorre prendere una posizione.

Gesù ci aiuta con un criterio: prima di partire dalle nostre idee, dalle nostre convinzioni, lasciamoci provocare dal bene che si manifesta davanti a noi. Se c’è un bene, anche se ci irrita perché non riusciamo ad incasellarlo nei nostri schemi (può succedere per mille motivi), è un bene da riconoscere e da accogliere. Vale sempre la parola di quel canto: dov’è carità e amore, lì c’è Dio.

Dal Salmo 39
Ho detto: «Vigilerò sulla mia condotta
per non peccare con la mia lingua;
metterò il morso alla mia bocca
finché ho davanti il malvagio».
Ammutolito, in silenzio,
tacevo, ma a nulla serviva,
e più acuta si faceva la mia sofferenza.
Mi ardeva il cuore nel petto;
al ripensarci è divampato il fuoco.
Allora ho lasciato parlare la mia lingua:
«Fammi conoscere, Signore, la mia fine,
quale sia la misura dei miei giorni,
e saprò quanto fragile io sono».

Ecco, di pochi palmi hai fatto i miei giorni,
è un nulla per te la durata della mia vita.
Sì, è solo un soffio ogni uomo che vive.
Sì, è come un’ombra l’uomo che passa.
Sì, come un soffio si affanna,
accumula e non sa chi raccolga.

Ora, che potrei attendere, Signore?
È in te la mia speranza.
Ascolta la mia preghiera, Signore,
porgi l’orecchio al mio grido,
non essere sordo alle mie lacrime,
perché presso di te io sono forestiero,
ospite come tutti i miei padri.

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