Denaro per Dio?

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Dal Vangelo secondo Marco (12,38-44)
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Tema molto delicato quello che il Vangelo ci propone oggi.
Una donna povera e vedova porta al tempio le sue uniche due monete. Che senso ha questo gesto messo in evidenza ed esaltato da Gesù? Per quella vedova il significato è quello di riporre in Dio tutta la sua fiducia; come la vedova di Sarepta di Sidone che si fida di Elia e condivide con l’uomo di Dio la sua ultima farina (Cfr. 1 Re 17). Quella donna è l’immagine dei poveri in spirito di cui parla il Vangelo (Cfr. Mt 5,2), coloro a cui appartiene il regno dei cieli perché pongono in Dio e nella sua provvidenza tutta la loro confidenza.

Noi avremmo giudicato diversamente. Avremmo consigliato a quella donna di tenerseli quei soldi e di vedere di rimediarne degli altri. Avremmo ritenuto scandaloso il suo gesto, visto il suo stato di indigenza; se avesse avuto dei figli l’avremmo denunciata per comportamento irresponsabile … perché abbiamo perso totalmente il senso della condivisione del nostro denaro con la comunità e con il Signore.
Il nostro denaro è frutto delle nostre fatiche e del nostro lavoro (se non è così è rubato o insanguinato) e da sempre, nella liturgia, siamo chiamati a condividere il frutto del nostro lavoro con chi è privo del necessario attraverso la comunità.
Oggi abbiamo smarrito questo significato: a fronte di una discreta generosità su alcuni progetti (missioni, adozioni a distanza, …) quasi nessuno dei cristiani sente la necessità di sostenere la vita ordinaria della comunità cristiana e la missione della parrocchia. Esiste ancora il pregiudizio di una chiesa ricca, anche se i bilanci che vengono presentati parlano di debiti e di difficoltà senza numero. Ci pensi il Vaticano! Ci pensi lo Stato!
Se guardiamo i cestini della raccolta delle offerte della messa notiamo che vengono usati come “svuota tasca” perché sono pieni di monete da 1, 2 e 5 centesimi, monete che non daremmo neanche ad un povero in elemosina, ma che tranquillamente mettiamo nel cestino come offerta sull’altare. Per pochi è davvero significativo quel gesto di colletta che, all’inizio della storia della chiesa, rappresentava l’elemento più espressivo della comunione tra i battezzati.

Il problema dunque non è la povertà delle nostre parrocchie – che può essere provvidenziale per riportarci alla misura dell’essenziale -, ma la perdita di senso di corresponsabilità di tutti i cristiani per la vita della comunità.
Un tema su cui varrebbe la pena riflettere… con calma e intelligenza, senza pretese o barricate.

Dal Salmo 104
Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Sei rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto,
tu che distendi i cieli come una tenda,
costruisci sulle acque le tue alte dimore,
fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento,
fai dei venti i tuoi messaggeri
e dei fulmini i tuoi ministri.

Hai fatto la luna per segnare i tempi
e il sole che sa l’ora del tramonto.
Stendi le tenebre e viene la notte:
in essa si aggirano tutte le bestie della foresta;
ruggiscono i giovani leoni in cerca di preda
e chiedono a Dio il loro cibo.
Sorge il sole: si ritirano
e si accovacciano nelle loro tane.

Allora l’uomo esce per il suo lavoro,
per la sua fatica fino a sera.
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.

Tutti da te aspettano
che tu dia loro cibo a tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono;
apri la tua mano, si saziano di beni.
Nascondi il tuo volto: li assale il terrore;
togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.

Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.

Voglio cantare al Signore finché ho vita,
cantare inni al mio Dio finché esisto.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore.
Benedici il Signore, anima mia. Alleluia.

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