Dalla perversione, la santità

Non c’è celebrazione liturgica più attuale di quella di oggi in cui ricordiamo i bambini uccisi dalla violenza di Erode.
Purtroppo alle opere d’arte oggi occorre aggiungere le foto della cronaca che, quotidianamente, ci propongono immagini e storie di omicidi efferati, motivati dalla guerra, dalle migrazioni forzate, dalla povertà.
E’ interessante che la Chiesa abbia canonizzato come martiri e ricordato nella liturgia questi bambini che, inconsapevolmente, hanno dato la vita per Cristo. Non hanno testimoniato la fede, ma in qualche modo sono stati coinvolti e sono stati uccisi “a motivo di Cristo” perché lui è stato rigettato, rifiutato, perseguitato.

Gli analisti militari li definirebbero vittime collaterali, ma la tradizione della Chiesa li ha voluti mettere in rilievo per ricordare che – per Dio – non esistono vittime collaterali, ma che #ognunovale e che la vita di quei bambini è stata preziosa tanto quanto è stato ingiusta e perversa la loro uccisione.
Questa è la parola che non abbiamo più il coraggio di utilizzare: la perversione.
Di Erode possiamo dire tranquillamente che era un perverso. In quei tempi non si andava per il sottile e la vita dei bambini valeva meno di nulla.
Ma di noi cosa diciamo? Di noi che siamo testimoni di questo massacro e ci sentiamo impotenti: cosa diciamo e cosa diranno le generazioni che ci seguiranno? Voi sapevate: perché non avete fatto nulla?
Quando si arriva a giustificare la morte di uno o migliaia di innocenti come un fatto collaterale, quando non ci si commuove più e si cambia semplicemente canale, … siamo alla perversione dell’indifferenza: siamo come Erode.

Questa festa ci riporta alla consapevolezza della perversione che tutti noi viviamo.
Sarebbe facile giudicare Erode: il cattivo è lui! Ma noi siamo diversi?
Quanti innocenti sono vittime della nostra indifferenza e della nostra incapacità di essere semplicemente umani, di accogliere in noi l’umanità che Dio assume nella carne di Cristo? Quante sono le vittime del nostro rifiuto di accogliere Cristo che si presenta a noi sotto spoglie diverse, ma sempre concrete? Quante sono le vittime della nostra non accoglienza di Cristo nella carne di coloro che oggi lo rendono presente?
Penso che nelle feste del Natale anche questa festa tinta di rosso sangue, come quella di Stefano, ci aiuti a ritornare al realismo della storia che inesorabilmente e sempre (più) crudelmente si ripete. Erode è tra noi. Forse siamo proprio noi.

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