Ipocrisia e giustizia

ipocrisia1

Lc 12,1-7

Il lievito dei farisei è l’ipocrisia perché tentano di sembrare giusti davanti agli uomini, indossando una maschera di uomini integerrimi, ma non si preoccupano di vivere la vera giustizia, quella che – secondo il Vangelo – parte dalla conoscenza della bontà di Dio che non ci rende schiavi.

Gesù si trova di fronte ad una moltitudine e -forse- sente l’imbarazzo per le varie motivazioni che hanno portato lì tutte quelle persone; appaiono come una folla scomposta di uomini e donne che si accalcano gli uni sugli altri…
Lui non insegue l’audience, non si crogiola nel successo, non cerca il consenso, ma ha paura che i suoi discepoli vengano come distratti da tanta attenzione e dalla fama umana. Per questo, dopo l’ammonimento, comincia un insegnamento che va esattamente nel senso opposto.

Chiede ai suoi discepoli di non barare, di essere sinceri, di non assecondare le attese della folla, che si aspetta di udire parole che non mettano in discussione. Parla di persecuzione (il contrario del consenso); parla della possibilità della morte violenta; chiede loro di porre la loro fiducia solamente nell’amore del Padre, per il quale la nostra vita vale molto.

Tutto questo discorso appare del tutto fuori contesto rispetto alla folla che hanno di fronte, ma è proprio per questo che Gesù mette in guardia i discepoli, aiutandoli a comprendere che la verifica di un annuncio o di una missione non si fa sulla quantità di folla che aderisce ad una chiamata.

Anche per noi c’è un grosso richiamo: per noi che ci fermiamo sui numeri nella verifica della proposta; per noi che facciamo fatica a proporre una denuncia profetica e a richiamare la giustizia; per noi che abbiamo timore di perdere tranquillità, riconoscimenti e privilegi se non assecondiamo i potenti e li trattiamo senza il “rispetto” che si attendono.

Il lievito dei farisei lavora anche dentro di noi. Lo si contrasta solo con la confidenza nel Padre, quella che ci testimonia san Paolo nella prima lettera a Timoteo: “so infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato” (1 Tim 1,12).

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