Fuori e dentro

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Lc 11,37-41

Il fariseo che invita Gesù a pranzo si meraviglia che il Signore non sia come lui, che non si comporti alla maniera dei farisei. E’ strano perché di solito – nel Vangelo – la gente si meraviglia in modo positivo proprio perché Gesù non parla e non agisce come gli scribi e i farisei. L’ospite di Gesù avrebbe dovuto saperlo… Quell’uomo lo ha invitato mentre stava parlando, ma probabilmente non aveva ascoltato Gesù, non aveva ascoltato la sua parola “diversa”.

Gesù ne approfitta, alla maniera dei profeti (Cfr Is 58,6), per richiamare la coerenza tra la purità esteriore – tanto curata dai farisei – e quella interiore; in particolare Gesù denuncia due atteggiamenti spirituali patologici: avidità e cattiveria.
La prima patologia spirituale riguarda le cose e il denaro. L’avidità impedisce di vedere la realtà con purezza perché tutto diviene funzionale al profitto. L’avidità ci rende impuri.
La seconda patologia è la cattiveria, una parola che rimane un po’ generica, ma che, senza dubbio, riguarda la relazione con le persone. Comprendiamo meglio cosa Gesù voglia dire se accostiamo un altro brano del Vangelo: “Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa” (Mt 12,7). La cattiveria è la mancanza di misericordia, l’incapacità di saper vedere la persona oltre il suo peccato.

Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. La frase con cui si conclude il vangelo rischia di essere piuttosto oscura e la possiamo comprendere meglio alla luce della scelta di Zaccheo (Cfr. Lc 19,8-10) Ciò che è frutto di rapina, avidità e cattiveria può essere dato in elemosina come segno di conversione, di distacco da ciò che ci allontanava da Dio per accogliere ciò che sta a cuore a Dio: i fratelli e soprattutto i più poveri. “La carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8) e ci avvicina a Dio.

Aggiornamento delle ore 14.00
Date in elemosina quello che c’è dentro.
Mi sembra di poter dire che questa frase rappresenti quasi una sintesi del modo di agire di Dio che opera non eliminando il male, ma convertendolo in bene, perché vuole salvare tutto. E’ la stessa cosa che accade quando Isaia dice: Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci (Is 2,4); lo strumento di guerra e lo strumento del male non viene gettato, ma convertito in uno strumento di bene e di vita. Mi sembra che la dinamica sia la stessa…

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